Arrabbiati, dove metti l’accento?

Rabbia

La rabbia è una reazione innata che ognuno di noi ha:

    • in presenza di un ostacolo al soddisfacimento di un nostro desiderio o bisogno, cioè quando subiamo una frustrazione;
    • quando ci viene imposto un danno, cioè quando subiamo una costrizione.

 

Di questi tempi, chi non ha subìto un incremento di frustrazione e costrizione nella propria vita? Di fatto nel mio lavoro, così come nel mio vivere quotidiano, osservo in me stessa e negli altri un progressivo aumento della frequenza e dell’intensità dell’esperienza della rabbia.

Dunque, si può dire che siamo, in generale, arrabbiàti.

Tutti sappiamo quanto questa esperienza sia disturbante e potenzialmente distruttiva per sé e per gli altri.

È anche vero, però, che la rabbia, essendo un’emozione, costituisce una grande riserva energetica, e nel caso specifico, un vero e proprio motore che innesca azioni e comportamenti per modificare condizioni interne ed esterne a noi, verso altre migliori per il nostro equilibrio ma anche per quello sociale. E’ una spinta innata alla difesa della propria sopravvivenza e di quella del gruppo di appartenenza.

Appare evidente come riuscire a sfruttare le potenzialità funzionali della rabbia senza che quelle distruttive prendano il sopravvento, sia la risorsa fondamentale che abbiamo oggi per affrontare il peggioramento delle condizioni di vita a livello globale.

Alla ricerca di un “come fare”, ritengo sia fondamentale cominciare col porsi le giuste domande. Eccone alcune possibili che aprono a idee, azioni, atteggiamenti di cambiamento, a partire da situazioni che generano rabbia:

  • Cosa e quanto posso fare per cambiare concretamente e nel quotidiano condizioni di vita esterne a me, nel rispetto delle regole condivise e degli altri?
  • Cosa e quanto posso fare per ritagliarmi degli ambiti di vita in cui soddisfare bisogni importanti per il mio benessere e sentirmi sufficientemente libero e sostenuto da chi mi sta vicino?
  • Cosa e quanto posso cambiare del mio modo di vedere le cose, per adattarmi al contesto, senza che questo abbia un costo troppo alto per il mio equilibrio tra dovere e piacere?
  • Dove, quando e come, posso esprimere in sicurezza i correlati aggressivi della rabbia che provo quotidianamente?
  • Gli altri hanno davvero una precisa volontà e l’interesse nell’infliggermi danni e frustrazioni o si tratta di impegnarmi e confrontarmi in modo autentico per arrivare a dei buoni compromessi tra i miei e gli altrui interessi?
  • In alcune situazioni frustranti e di costrizione, cambiare il punto di vista e mettermi nei panni degli altri mi servirebbe?
  • Sono il solo a subire situazioni sfavorevoli, a lottare per la mia sopravvivenza, o le cose di cui ho bisogno e di cui vengo privato sono le stesse anche per altri e possiamo mettere insieme le nostre energie e risorse per ottenere condizioni di vita migliori e condivise?

Le risposte sono la via all’utilizzo costruttivo della rabbia che ognuno di noi ha il diritto-dovere di trovare per se stesso e per gli altri.

È in quest’ottica che affermo: arràbbiati, agisci costruttivamente per cambiare le cose, dentro e fuori di te.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta, cerco di dare il mio contributo professionale e umano perché le persone si attivino in tal senso.

Durante le sedute di psicoterapia è possibile sperimentare esercizi e tecniche che permettono di dare sfogo ai correlati aggressivi della rabbia e imparare a gestirli; é fondamentale riuscire ad esprimere le componenti potenti e distruttive di questa emozione in condizioni di sicurezza perché, se represse e mantenute a lungo dentro di sé, possono procurare disturbi fisici (ad es. ulcere, dolori muscolari, ecc.) e psichici anche gravi come la depressione, o esplodere contro gli altri alla più piccola provocazione.

Molto spesso, accade che l’espressione della rabbia venga trasferita dalla situazione che l’ha originata ad un’altra, senza consapevolezza. Ad esempio, il capoufficio mi sfrutta ed umilia, provo rabbia ma la reprimo senza rendermene conto, rientro a casa e la esprimo contro i miei familiari per banali contrattempi. Questo spostamento inconsapevole impedisce di impegnarsi per cambiare le cose laddove è necessario, e innesca una catena di rabbia difficile da spezzare.

Attraverso un percorso di psicoterapia è possibile diventare consapevoli di quale situazione ha originato la rabbiatrovare risorse e  individuare margini di cambiamento.

Quando non è possibile cambiare le condizioni esterne, molto si può fare modificando la propria percezione dello stato delle cose: cominciando a capovolgere il proprio punto di vista e ad assumersi le proprie responsabili. Questo permette di riacquistare almeno un minimo di potere sulle situazioni e spinge ad agire diversamente da come si è fatto fino a quel momento.

Comprendere il punto di vista altrui, mettersi letteralmente “nei panni dell’altro” utilizzando una particolare tecnica terapeutica chiamata “monodramma”, permette, inoltre, di identificare meglio quelli che sono i propri vissuti e i propri pensieri e di distinguerli da quelli dellaltro. Spesso accade che non si riesca a raggiungere dei buoni compromessi con familiari, colleghi, vicini di casa, perché non ci si confronta realmente con loro, ma con parti di se stessi di cui non si è consapevoli, che non accettiamo e che proiettiamo su di loro; questo metodo permette di chiarire le rispettive posizioni e di avviare un confronto autentico per raggiungere dei compromessi accettabili per tutti.

Dopo averle provate tutte, si può anche arrivare a concludere che è impossibile un adattamento funzionale al proprio benessere tra sé e l’ambiente in cui si generano continuamente situazioni di rabbia, che è quindi opportuno allontanarsene e impegnarsi per trovarne un altro migliore.

Infine, attraverso percorsi di gruppo, che come psicologa progetto e realizzo soprattutto per promuovere il benessere psicofisico degli individui, è possibile incontrare altre persone, unirsi in una condivisione di vissuti, imparare a confrontarsi nelle diversità e a comprendere i diversi punti di vista senza che necessariamente uno s’imponga sull’altro, avere a disposizione uno spazio per esprimere se stessi e i propri bisogni, ricevere sostegno e aiuto.


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