Confusi? Infelici? Se non ritornerete come bambini…

Se non ritornerete come bambini In questo periodo di grande smarrimento generale, che permea da qualsiasi ambito della vita: lavoro, famiglia, relazioni sociali, scuola, cultura, mi ritrovo spesso a riflettere per cercare una via d’uscita, una traccia che illumini il cammino.

La riflessione che mi sento di condividere percorre l’essere umano dal suo interno più profondo fino alla sua realtà relazionale e sociale.

 

Nel senso comune, appartenente alla nostra cultura occidentale, è normale pensare che il bambino nasca, cresca e diventi adulto, maturo, responsabile. Diventare adulti significa superare l’età della fanciullezza e comportarsi di conseguenza. Se questo non avviene, insorgono problemi. Da qualche tempo, poi, si è sviluppata una vera e propria corsa a “diventare adulti” e i bambini lo fanno sempre prima; lo dimostrano, ad esempio, l’abbassamento dell’età di punibilità per alcuni reati, dell’età dei partecipanti ai “talent show” o alle trasmissioni televisive e chiunque abbia a che fare con i bambini di oggi si rende conto di quanto siano più “svegli” rispetto a se stesso alla loro età.

A livello psicologico e di studi sulla personalità, diverse teorie ed approcci alla psiche, come ad esempio l’Analisi transazionale di Eric Berne, affermano, invece, che il bambino e l’adulto sono parti della nostra personalità che convivono in ogni momento della nostra vita e che possono entrare in conflitto tra loro; sono parti di noi di cui essere consapevoli momento per momento e che è necessario imparare ad integrare, perché ognuna esprime un bisogno, un’istanza importante per il nostro benessere psico-fisico. Dunque, il bambino che siamo non scompare con l’età, col nostro crescere, ma alberga dentro di noi e si esprime quotidianamente.

La società e la cultura cui apparteniamo ci hanno abituato però ad ascoltarlo poco, a relegarlo ad ambiti nascosti o negati della nostra personalità, oppure a consentirgli di esprimersi in precisi, delimitati e ridotti momenti della nostra esistenza da adulti e persone responsabili.

Questo può dar luogo a conflitti interiori non compresi, ad “agiti”(“acting out”) incontrollabili, a somatizzazioni inspiegabili. Per questo ritengo sia necessario approfondire la conoscenza del bambino che vive dentro ognuno di noi: il nostro primario, arcaico e originario sé, prima che venga plasmato dall’esperienza e dal condizionamento culturale, sociale e familiare.

Al di là della sua controversa figura, Osho fa un discorso molto interessante sulla voce interiore, che va trovata ed ascoltata per essere e conoscere se stessi. Egli afferma che da bambini siamo stati presto zittiti dagli adulti: essi hanno riempito la nostra mente di consigli, ordini, voci che ci hanno impedito di sentire la nostra e di fare esperienza in prima persona, di crescere imparando dagli errori, di assumerci progressivamente la responsabilità (dal latino abilità, capacità di rispondere agli eventi, agli altri, a se stessi) della nostra vita.

Il bambino ha certamente bisogno di essere protetto e di ricevere insegnamenti ma gli adulti non devono eccedere nei loro compiti educativi e di protezione, perché in questo modo gli impediscono di sentire se stesso e di seguire i propri bisogni e tendenze, o di scoprirli sperimentando la vita nelle prove e negli errori, reprimono l’espressione di ciò che lui è, attraverso la quale può conoscersi e individuarsi.

Il bambino che siamo stati diventa poi, con il passare del tempo e la crescita, una funzione interiore alla nostra personalità che ha diretto accesso a ciò di cui abbiamo bisogno psichicamente e fisicamente, una sorta di contatto diretto con noi stessi. Se è stato invaso e prevaricato dalla guida dell’adulto, seppur con le più buone intenzioni, non avrà potuto sviluppare la propria voce, forte e chiara, progressivamente avrà smesso di parlare e noi, da adulti,  non riusciamo più a sentirla, dentro di noi. La nostra mente diventa come un mercato affollato pieno di voci, non nostre e, senza che ne siamo consapevoli, crediamo che ci appartengano, ci identifichiamo con esse, il nostro essere si confonde con quello degli “altri” significativi per la nostra vita, e non sappiamo più chi siamo, confusi davanti alle scelte, infelici, perché facciamo o inseguiamo cose che non ci appartengono.

Dal momento che al nostro bambino reale non è stato permesso di crescere, interiorizzeremo una funzione estremamente dipendente da “altri”, dentro e fuori di noi. Una funzione che spesso verrà schiacciata da una genitoriale, plasmata su modelli esterni a noi, senza la mediazione di una funzione adulta autentica, formatasi sulla propria esperienza, come naturale evoluzione di quel bambino e in continua relazione con esso.

Osho consiglia, dunque, quando ci si sente confusi davanti ad una scelta o insoddisfatti in alcuni momenti della nostra vita, di sedersi, in silenzio, ascoltare le voci dentro alla nostra mente, riconoscerle una ad una, sarà facile distinguere a chi appartengono per il tono o il linguaggio con i quali si esprimono, ringraziarle per i loro compiti di protezione e guida svolti fino a qui e poi lasciarle andare. E’ un lavoro difficile ma terminato il quale, secondo Osho, sarà possibile finalmente ascoltare se stessi. Da qui in poi, prosegue Osho, il cammino è in discesa, tutto verrà naturale, basta seguire la propria voce, fonte interiore, che conduce ad essere se stessi e a conoscersi nel profondo, vivendo con gioia la vita in prima persona.

Quali conclusioni possiamo trarre per la nostra vita quotidiana da queste premesse sul nostro bambino interiore?

  • Nella nostra personalità convivono due funzioni interiori ugualmente importanti: bambino e adulto;
  • il nostro bambino reale, ciò che siamo stati, diventa poi il nostro bambino interiore, una funzione importante per il nostro benessere presente e futuro;
  • il nostro bambino reale, e interiore quando diventiamo adulti, ha bisogno di crescere e può farlo solo se ha lo spazio necessario per esprimersi, se può avere sempre maggiore potere di scelta e responsabilità sulla propria vita grazie agli adulti che progressivamente nel tempo si mettono sullo” sfondo” e lo sostengono senza interferire con le sue scelte;
  • il nostro bambino interiore è più profondamente in contatto con chi noi siamo, i nostri bisogni autentici, le nostre tendenze e inclinazioni, e quindi potenzialmente in grado di renderci felici e soddisfatti. L’adulto interiore deve saper dialogare con esso e tenere conto delle sue istanze, molto spesso invece tende a seguire, confondendole con le sue autentiche, quelle di “altri” significativi della sua vita, che gli hanno fatto da genitore e da cui ancora dipende.

Se il nostro bambino interiore ha già avuto modo di crescere, davanti alla confusione o all’insoddisfazione nel nostro presente non dobbiamo fare altro che ascoltarlo di più e lasciarlo esprimere, concedendogli maggiore spazio.

Se non è cresciuto e non ci ha permesso di individuarci, facciamolo crescere, liberandoci delle voci da cui dipendiamo e che credevamo fossero nostre, prendiamoci la responsabilità della nostra vita, essendo e conoscendo noi stessi.

Questo collegamento profondo tra bambino reale e bambino interiore e l’importanza della possibilità di espressione e di crescita del bambino reale, dovrebbe avere, a mio parere, importanti ripercussioni anche nella società civile: investimenti e non tagli alla scuola, scelte e condotte differenti da parte degli adulti responsabili della crescita dei bambini per una vera educazione alla vita, in un’ottica maieutica piuttosto che controllante e castrante.

Kalie Gibran disse:”Ho scoperto il segreto del mare meditando su una goccia di rugiada”, chissà che non accada anche a noi.


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