Sciamano e psicoterapeuta, cosa c’entrano?

Sciamano

 

 

 

Nel mio interessamento per l’antropologia, sono stata condotta dall’istinto, da ciò che in modo spontaneo ha attirato la mia attenzione.

Per caso, durante un confronto tra colleghi, sentii i termini “sciamano” e “sciamanismo”, non so perché, in quel momento, quelle parole ebbero un’eco nuova dentro di me.

Da lì nacque un approfondimento sull’argomento e ora voglio condividere qui alcune mie riflessioni sulla vicinanza tra le figure di “sciamano” e “psicoterapeuta”.

Ogni cultura ha il suo linguaggio, ogni società traduce funzioni essenziali per la sua esistenza in figure e simboli propri.

Ma l’essenza di alcuni simboli e funzioni universali, che appartengono al genere umano, rimane invariata attraverso il tempo.

Nel caso dello sciamano come dello psicoterapeuta, stiamo parlando di una funzione di cura, necessaria agli uomini di qualsiasi tempo e cultura. Una cura essenzialmente dialogica, relazionale.

Nello sciamanismo la cura si basa sul dialogo tra la persona sofferente e lo sciamano o, attraverso lui, l’anima di un parente morto, con il quale ha qualche problema irrisolto (unfinished business). Nella psicoterapia il dialogo è fra il terapeuta e il paziente, che parla di persone assenti ma significative per la sua vita. Nel caso della Psicoterapia della Gestalt, l’approccio terapeutico in cui sono specializzata, attraverso le tecniche della “drammatizzazione” e della “sedia vuota”, è possibile mettere in atto un dialogo tra il paziente e persone assenti con le quali ha questioni irrisolte da concludere, o tra le parti che compongono la sua personalità e che sono in conflitto tra loro, con l’obiettivo di favorirne la consapevolezza e l’integrazione. In alcuni casi, il terapeuta stesso può “incarnare” la persona con cui il paziente ha “unfinished business” e favorire il processo di chiusura della Gestalt aperta (situazione non conclusa: è accaduto qualcosa di significativo tra una persona e l’altra che è rimasto “aperto”, non ha avuto la sua conclusione e compiutezza). Nello sciamanismo possono partecipare al dialogo anche parenti vivi del sofferente e aiutare nello svolgimento del processo di cura, così come nella Psicoterapia di gruppo, con approccio gestaltico, il terapeuta può decidere di coinvolgere, nel lavoro con chi “si mette al centro”, anche gli altri partecipanti al gruppo.

Lo sciamano, anche con l’aiuto del gruppo sociale a cui appartiene, prepara con cura il luogo dove espleterà le sue funzioni, quest’ultimo presenta elementi distintivi che lo aiuteranno nel suo contatto con gli spiriti (presenza del fuoco, particolari tende, pali e tessuti colorati, ecc.); egli stesso si contraddistingue per costumi e mascheramenti che lo rendono riconoscibile all’interno del gruppo di appartenenza; il sofferente (o un parente) chiede il suo aiuto e si affida alle sue cure e ai suoi metodi. Si definisce così un preciso “setting” per l’espletamento delle funzioni sciamaniche. Il “setting” è un contenitore fondamentale anche per l’esercizio della psicoterapia. In questo caso, ad esempio, si costruisce attraverso l’utilizzo di uno spazio riservato, la presenza di sedie o lettini, la posizione e la distanza nello spazio tra terapeuta e paziente, le regole del contratto terapeutico.

Lo sciamano, per poter esercitare la sua funzione, si sottopone ad un’iniziazione. In questo rituale, pur nelle diversità fra le culture, l’elemento fondamentale è uno smembramento simbolico del proprio corpo e una nuova reintegrazione delle parti, una sorte di morte e resurrezione iniziatiche: muore la vecchia personalità dell’aspirante sciamano, e nasce la nuova che lo consacra a sciamano. Questo passaggio è fondamentale per permettergli di conoscere ed entrare in contatto con i diversi spiriti, benigni e maligni, e per effettuare in seguito i suoi viaggi estatici nel regno dei morti.

Lo psicoterapeuta, per poter praticare la psicoterapia, deve sottoporsi egli stesso ad anni di terapia personale, durante la quale intraprende un viaggio dentro se stesso con l’obiettivo di conoscere luci e ombre della propria personalità e di ristrutturarla in modo più sano ed equilibrato. Questa è la condizione ineludibile per  accompagnare poi altri in un percorso di crescita e consapevolezza.

Un altro aspetto, relativo alla personalità di chi cura, è molto importante sia per il terapeuta che per lo sciamano: l’integrazione fra femminile e maschile. In molte regioni del mondo il costume di indossare abiti del sesso opposto è strettamente connesso allo sciamanismo. In molti rituali iniziatici gli aspiranti sciamani maschi, durante il loro viaggio estatico, devono accoppiarsi con spiriti femmina; in altri casi, durante l’espletamento delle loro funzioni, gli sciamani maschi si identificano totalmente con gli spiriti femminili, indossando anche abiti appropriati o mettendo in scena atti propri del ruolo femminile, come ad esempio il parto. Presso alcune popolazioni il travestitismo maschile viene considerato una vera e propria trasformazione che dona maggior potere allo sciamano.

Senza contare la numerosa presenza di sciamane femmine presso molte popolazioni e la grande considerazione a loro riservata.

Lo psicoterapeuta, nella sua analisi personale, deve aver raggiunto una buona integrazione fra le sue parti femminile e maschile, tra il materno e il paterno, funzioni necessarie entrambe ad un buon lavoro di psicoterapia: l’accogliere senza giudizio, la passività, la gratificazione da una parte e il mettere alla prova e lo spingere nel mondo, l’attività, la frustrazione dall’altra.

Soffermandoci sull’uso delle tecniche da parte dello sciamano e dello psicoterapeuta, è possibile rilevare ancora una volta dei punti di contatto importanti.

Lo sciamano, nei suoi viaggi estatici in “Cielo” o negli “Inferni”, incarna anime dei morti o anche diversi spiriti ausiliari, che gli vengono in aiuto durante il suo viaggio per superare ostacoli e vincere spiriti maligni. Nella “drammatizzazione del sogno”, tecnica praticata dallo psicoterapeuta della Gestalt, è il sognante stesso che, raccontando il suo sogno in terapia, è invitato ad “essere”, nel qui ed ora della seduta, ogni personaggio del suo sogno; questo gli permette di entrare in contatto con molte parti di sé, spesso inconsapevoli, di sciogliere conflitti interiori e di cogliere messaggi importanti per la sua vita e per il suo viaggio introspettivo.

L’uso della narrazione in psicoterapia, così come nelle pratiche sciamaniche, serve ad esplicitare e chiarire le problematiche del sofferente, a dare loro un senso nel tempo e ad aprire nuove percezioni e vissuti verso soluzioni possibili.

L’utilizzo poi, da parte dello psicoterapeuta, di danze, musiche e strumenti musicali, che favoriscono l’espressione corporea dei vissuti e della personalità del sofferente, lo aiutano a rilassarsi e ad essere se stesso, attinge certamente dal patrimonio di tecniche proprie dello sciamano, per il quale non esiste la scissione tra mente, corpo e anima.

Taluni psicoterapeuti, tra i quali anche io, utilizzano tecniche immaginative per favorire il superamento di blocchi psichici o l’elaborazione di eventi traumatici nel sofferente. Alcune delle immagini utilizzate possono riferirsi a figure simboliche tipiche dello sciamanismo, come animali o spiriti guida che, nella mia esperienza, dimostrano di avere ancora una forte valenza per la psiche umana.

Infine, all’interno dello sciamanismo, in diverse culture, si rileva la credenza che i morti possano rinascere dalle proprie ossa e che lo sciamano, tramite gli spiriti e la raccolta delle ossa, possa mettere in atto questa nuova nascita per chi si rivolge a lui.

Chi si avvicina alla psicoterapia lo fa, spesso, perché di lui non rimane che “un mucchietto di ossa”, ha perso ogni certezza e riferimento su di sé, soffre e “muore” di dolore. Lo psicoterapeuta lo aiuta a raccogliere i pezzi, a eliminare ciò che non serve, ad integrare quello che rimane per rinascere a “nuova vita”, con un senso ed una energia nuovi: più forte nella dignità delle proprie ferite e dei propri limiti, più consapevole di ciò che è realmente e che può essere secondo i propri bisogni e le proprie possibilità.

Queste mie riflessioni sulle figure dello sciamano e dello psicoterapeuta sono l’espressione della mia ricerca di punti di contatto e possibili connessioni tra le discipline dell’antropologia e della psicologia, che ritengo possano avvantaggiarsi l’una dell’altra nel loro occuparsi dell’essere umano.

In nessun modo si vuole togliere o minare le basi di scientificità e professionalità proprie della figura dello psicoterapeuta o accostarlo ad un sottobosco di riferimenti e pratiche di dubbia origine ed efficacia che esistono oggi e che spesso si definiscono sciamanici.


Bibliografia

Piers Vitebsky, 1998,“Gli Sciamani”, Torino, EDT

Mircea Eliade, 2005, “Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi”, Roma, Edizioni Mediterranee

Clarissa Pinkola Estés, 1992, “Donne che corrono coi lupi”, Edizioni Frassinelli


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