Tra psicologia e antropologia, quali vie possibili?

PsicologiaAntropologiaTempo fa fui invitato in casa di un vecchio amico. Questi, parlando con un collega più giovane, gli chiese perfettamente serio: «Ma esiste davvero un’antropologia psicoanalitica?». Il collega più giovane mi guardò sorridendo e io pensai: «Allora la mia vita è trascorsa davvero invano?».

Era il 1973, chi scrive è Géza Ròheim, psicoanalista antropologo, nel suo libro “Le porte del sogno. Il ventre materno” Ed. Guaraldi.

A che punto siamo sulla via dell’interdisciplinarietà tra psicologia-psicoterapia e antropologia?

 Il legame “ufficiale” tra antropologia, psichiatria e psicanalisi è stato favorito, inizialmente, dall’incontro/scontro con le società non- occidentali, le quali hanno posto il ricercatore di fronte a problematiche di natura psicologica e psicopatologica nuove e hanno sollecitato, attraverso la riflessione sulle culture “altre”, lo studio della dimensione simbolica della malattia.

(Sito web: Etno e Psico, Madia Ferretti, “Elementi di Antropologia Medica e Psicologia Transculturale”).

Si sono aperti così spazi per la collaborazione. In una società attraversata da fenomeni di globalizzazione e d’immigrazione, in cui si modificano i contesti di vita attraverso la coesistenza di mondi e culture diversi,

La necessità di leggere con strumenti appropriati le dinamiche sociali e psicologiche dell’individuo sembra riaffermare che se pure l’antropologia e la psicanalisi hanno un solo punto di contatto, questo rimane, con le parole di Foucault (1966, Le parole e le cose, Milano, Rizzoli), “essenziale ed inevitabile: ed è quello dove esse si intersecano ad angolo retto, perché la catena significante con la quale si costituisce l’esperienza unica dell’individuo è perpendicolare al sistema formale a partire dal quale si costituiscono le significazioni di una cultura”.

(Sito web: Etno e Psico, Madia Ferretti, “Elementi di Antropologia Medica e Psicologia Transculturale”).

Carlo Severi, nella sua introduzione al n.7 di “Etnosistemi” dal titolo “Antropologia e psicologia. Interazioni complesse e rappresentazioni mentali”(2000), scrive:

Troppo spesso nelle due discipline, sul lavoro di analisi e sulla paziente ricerca di articolazioni specifiche, ha preso il sopravvento la chiusura disciplinare, quando invece è chiaro che antropologia e psicologia, pur distinte, hanno profonde radici in comune, e questo fin dal loro apparire come discipline autonome.

Se l’antropologia (dal greco Anthropos significa uomo e lògos significa parola, discorso) studia l’essere umano, nelle sue accezioni sociali, culturali, morfologiche, psico-evolutive, artistico-espressive, filosofico-religiose, comportamentali, e la psicologia (dal greco psyché significa spirito, anima e logos parola, discorso) la psiche dell’uomo, e cioè i suoi processi mentali e comportamenti in relazione al contesto fisico-culturale, come possono essere separate? Appaiono evidenti i punti di contatto e le reciproche influenze.

La psicologia transculturale sottolinea come la mente dell’individuo sia influenzata dalla cultura di appartenenza nel dare senso agli eventi, così come l’antropologia cognitiva evidenzia il legame tra i prodotti culturali e il funzionamento del cervello umano.

Possedere una cultura ed essere dotati di uno psichismo sono due fatti strettamente collegati: la diversità culturale non è una banale deviazione ma un dato altrettanto umano, altrettanto imprescindibile quanto l’esistenza del cervello, del fegato o dei reni.

(T. Nathan, 1996, “Principi di etnopsicoanalisi”, Torino, Bollati Boringhieri, p.82).

Nella cura dell’uomo e delle sue problematiche si nota nel tempo la progressiva separazione del corpo dall’anima, o dalla mente, e l’imporsi della categoria “medica” in quanto tendenza a curare il corpo come entità separata. Il fatto di includere l’anima nella cura non significa soltanto che il corpo è visto in relazione a quest’ultima, ma anche che la persona è vista in relazione ad altre persone.

(Piers Vitebsky, 1995, “Gli sciamani”, E.D.T.).

Personalmente, nel mio lavoro di psicoterapeuta, sto cercando una via, in equilibrio tra psicologia e antropologia, per favorire uno sviluppo completo delle potenzialità umane.

Propongo gruppi di lavoro in cui far emergere dinamiche psichiche nell’interazione reciproca e, allo stesso tempo, fare insieme “cultura”, riappropriarsi di prodotti culturali antichi e costruirne di nuovi, creare nuove percezioni di sé come individuo e del mondo, fisico e sociale, che siano più adattive al presente e sostituiscano quelle disfunzionali.

Nel mio percorso di miglioramento dell’efficacia curativa della “mia psicoterapia” e di crescita personale, c’è un altro aspetto che mi avvicina all’antropologia: il radicamento, la ricerca di un “essere” nel “divenire” delle vicende umane.

Nei miei dieci anni di attività ho ascoltato e incontrato tante vicende umane e, pur nella loro diversità, ho avvertito una “sostanza” che si ripete, fatta di elementi che contraddistinguono l’essere umano, che trascendono il singolo individuo e ne fissano l’essenza in un “universale”.

Questi concetti sono stati teorizzati in psicologia, basti pensare agli archetipi, a Jung o Hillman, ma ho sentito l’esigenza di ampliare gli orizzonti e le possibilità: l’antropologia ha soddisfatto la mia sete di sapere e di comprendere, di dare un senso ad un apparente divenire caotico delle cose.

Nelle diverse culture e civiltà, attraverso il tempo, si ripetono simboli e pratiche potenti perché significanti. Credo sia fondamentale per la cultura odierna, nel “qui ed ora” del nostro Paese, riappropriarsene per dare senso e direzione al nostro“fare”, al “divenire”.

Ad oggi esistono tentativi transdisciplinari di sintesi tra antropologia e psicologia, come ad esempio la “psicoantropologia simbolica” che cerca di ricomporre l’originaria unità del sapere in un’unica scienza dell’uomo, o la “Società Italiana per lo studio della Etnologia Psicologia e Antropologia e tutela per il Patrimonio Immateriale dell’Umanità” che si dedica allo studio delle tre discipline fondanti: psicologia, antropologia ed etnologia.

La via è aperta, il cammino ancora lungo.


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