Tristezza, di cosa stiamo parlando?

Tristezza

 

 

La tristezza è un’emozione di cui si è parlato e si parla molto, protagonista di film e romanzi, al centro di molti malesseri e patologie. Per questo, nel nostro background culturale e sociale, ha assunto le più svariate sfumature e connotazioni, e, personalmente, ritengo si siano persi i confini della sua definizione, fino al punto che, spesso, nella pratica clinica mi capita di osservare che le persone la confondono con altre manifestazioni della propria psiche.

Ricerche empiriche svolte tra gli anni ’60 e ’90 hanno evidenziato quanto nelle persone vengano considerati come sinonimi e/o semanticamente vicini di “tristezza” e/o come riferentesi a stati emotivi connessi  termini quali “agitazione, ansia, disperazione, dolore, impotenza, isolamento, preoccupazione, apatia, angoscia, depressione, frustrazione, lutto, fallimento, dispiacere, rassegnazione, stordimento, sconforto, delusione, senza valore, sentirsi ferito, sofferenza, solitudine, malinconia, senza speranza …”.

Ritengo importante, dunque, fare un po’ di chiarezza a riguardo e, per quanto possibile, restringere il campo di definizione dell’emozione della tristezza.

Con tristezza si indica una risposta complessa del nostro essere, che coinvolge componenti espressive, fisiologiche, cognitive, e comportamentali tipiche, a particolari stimoli provenienti dal proprio contesto.

Gli antecedenti tipici della tristezza, desunti da dati sperimentali, clinici e trans-culturali (Arcuri e Zammuner, 1984; Camras e Allison, 1989; Frijda, Kuipers e Schure, 1989; Galati e Sciaki, 1990; Lazarus e Folkman, 1984; Levenson, Ekman e Friesen, 1990; Morris, 1989; Scherer e Wallbott, 1991; Shaver, Schwartz, Kirson e O’Connor, 1987; Scherer, Wallbott e Summerfield, 1986) sono:

  • morte di una persona cara;
  • separazione/divorzio;
  • perdita di un oggetto con cui abbiamo costruito un legame di attaccamento (il lavoro, la casa, un ruolo sociale, ecc.);
  • non essere accettati; essere esclusi da un gruppo;
  • ottenere un risultato/oggetto indesiderato; non ottenerne uno desiderato (delusione di un’aspettativa, ecc.);
  • empatia con qualcun altro che soffre o sta male;
  • fallimento (nel lavoro, nei rapporti interpersonali, ecc.);
  • senso di inadeguatezza.

Le reazioni espressive e fisiologiche tipiche di chi prova tristezza sono:

  • inattività, immobilità, agitazione, sentire o sentirsi freddi;
  • parlare lentamente, sospirare, espressione facciale e posturale mesta, come abbassamento dello sguardo, ripiegamento del corpo;
  • piangere, singhiozzare, sentire un nodo alla gola;
  • insonnia, innapetenza.

Le reazioni cognitive:

  • messa a fuoco sugli aspetti negativi degli eventi;
  • sensazione di impotenza a modificare/controllare gli eventi;
  • pessimismo circa il futuro;
  • criticarsi, incolparsi dell’accaduto, abbassamento dell’autostima.

Le reazioni comportamentali di chi è triste sono all’insegna della non-azione:

    • isolamento; rifiuto dei contatti sociali; mutismo;
    • abbandono dei tentativi di modificare/controllare gli eventi in corso;
    • incapacità ad intraprendere nuove attività/relazioni; apatia;
    • difficoltà a compiere attività di routine e lavorative.

Le strategie più utilizzate per far fronte all’esperienza della tristezza sono:

  • parlare/non parlare dell’evento scatenante e dell’esperienza stessa con qualcuno; cercare sostegno sociale;
  • impegnarsi (nel lavoro, in un hobby, ecc.); cercare occasioni di distrazione/gratificazione;
  • cercare un sostituto per la perdita;
  • ricordare esperienze positive legate alla persona/oggetto perduti;
  • denigrare o svalutare la persona/oggetto perduti o la natura del compito fallito; negare l’evento; auto-illudersi; razionalizzazione; ri-valutazione dell’evento; accettare la perdita;
  • controllare l’espressione facciale; non piangere; assumere una postura eretta; fare i “coraggiosi”; fare esercizio fisico; comportarsi da “felice”.

Provare tristezza nell’arco della giornata e in particolari momenti della propria vita è una condizione normale: la tristezza è una delle emozioni fondamentali della nostra sfera emotiva.

Ovviamente caratteristiche soggettive e variabili socio-culturali modificano l’interpretazione degli eventi antecedenti la tristezza e l’esperienza stessa, nella sua frequenza, durata, intensità, espressione, modulazione e nelle strategie/risorse per affrontarla.

Basti pensare quanto sia cambiata la percezione sociale della tristezza cronica dagli anni ’80 ad oggi: un tempo era quasi un tabù ammettere di essere in crisi e di sentirsi tristi, ora è quasi un “must”, considerato lo stato di crisi generale.

Ma quando sentirsi tristi può diventare patologico?

  • quando diventa uno stato prevalente e cronico, che appiattisce la capacità di provare emozioni differenti e appropriate agli stimoli che le situazioni di vita presentano;
  • quando tale esperienza occupa la maggior parte della giornata, per periodi lunghi di tempo, e diventa una condizione invalidante, tanto da compromettere il normale “funzionamento” dell’individuo nei suoi principali ambiti di vita: relazioni affettive e sociali, lavoro, apprendimento, svago, salute;
  • quando non è più possibile rilevare un evento scatenante tale esperienza, quando sia trascorso un tempo considerevolmente lungo tra l’uno e l’altra e quest’ultima perduri nel tempo senza che ce ne sia più apparente motivo.

In questi casi, secondo criteri diagnostici stabiliti a livello internazionale, è possibile da parte dei professionisti della salute mentale, quali sono psichiatri e psicologi, fare diagnosi differenziale all’interno di una categoria di disturbi mentali chiamati “Disturbi dell’umore“, tra i quali troviamo l’ormai inflazionato termine “depressione”.

Capirete quanto sia fondamentale distinguere i due termini:

  • Tristezza“, emozione fondamentale dell’emotività umana, che rientra nella normalità delle esperienze psichiche dell’individuo;
  • Depressione“, termine utilizzato nella diagnosi di disturbi mentali, per descrivere condizioni patologiche della psiche e della mente umana.

Quante volte si sente dire: “oggi sono depresso”. Sarebbe più appropriato affermare: ” oggi mi sento triste”.

Aumentare la consapevolezza riguardo al proprio stato psichico e utilizzare la terminologia appropriata per descriverlo è un modo, a mio parere, per prevenire il disagio psichico e favorire il benessere, sia a livello individuale che a livello sociale, contribuendo alla diffusione di una adeguata cultura psicologica di base.

Infine, la tristezza, per i suoi correlati esperienziali, può essere considerata una emozione “negativa”, opposta alla “gioia”, considerata positiva.

Se, però, si riesce ad avere una visione più ampia dell’esperienza, essa può costituire un momento importante di presa di consapevolezza dei propri limiti e di quelli che il nostro ambiente ci pone, può portare ad una conoscenza più realistica di sé stessi e degli altri.

“Ah! veramente non so cosa più triste che non più essere triste!”

da “I colloqui”, 1911, Guido Gozzano

Bibliografia

D’Urso V., Trentin R. (1992), Sillabario delle emozioni, Giuffrè Editore, Milano;

American Psychiatric Association (2000), DSM-IV-TR, Masson, Milano.


Scopri le attività connesse a questa tematica:

e gli articoli:

Le tue emozioni con un tap

Questa voce è stata pubblicata in Psicologia-Psicoterapia. Contrassegna il permalink.