Vergogna: sentinella di un mondo sommerso

VergognaL’emozione della vergogna procura sensazioni spiacevoli: inadeguatezza, disagio fisico e psichico, tendenza a nascondersi e isolarsi, difficoltà a parlarne o a condividerla nelle interazioni sociali. Di fatto, nelle nostre conversazioni quotidiane, ma anche nei dibattiti culturali, si tende a parlarne meno rispetto a emozioni più “gettonate” quali la rabbia e la tristezza. Come se, nel nostro quotidiano vivere, “provare vergogna” fosse un’esperienza meno frequente rispetto al provare rabbia o dolore. In realtà tale emozione, e il ripetersi della sua esperienza, può essere l’elemento sotteso a molti disturbi di grande attualità, come la depressione o gli stati ansiosi, di cui spesso non si riesce a trovare la causa.

Ritengo, quindi, di grande importanza, a scopo informativo e preventivo, spiegare cos’è la vergogna, come si sviluppa nel tempo e quali sono le sue possibilità funzionali e disfunzionali per il benessere dell’individuo.

La vergogna è un’emozione che ha una componente primaria innata, geneticamente determinata, che esiste fin dai primi mesi di vita dell’individuo, ed una secondaria che si sviluppa come struttura interiorizzata nell’esperienza di contatto che ognuno fa con il mondo in cui nasce e cresce.

Chi prova vergogna ha:

  • desiderio di nascondersi, scomparire o addirittura morire;
  • rabbia, dolore, disagio;
  • sentimenti di inadeguatezza e indegnità;
  • senso di inferiorità;
  • paura di essere deriso, umiliato, disprezzato, disdegnato;
  • disorientamento generale, incapacità di pensare chiaramente, di parlare e agire, blocco delle attività in corso, confusione dei pensieri;
  • reazioni corporee quali ripiegarsi su se stessi, farsi piccoli, come per nascondersi alla vista propria e altrui, coprire parti del corpo, capo chino, sguardo abbassato o sfuggente, mutamenti nel colore della pelle, voce bassa o blocco della parola, espressioni facciali irrigidite, postura abbandonata, aumento del battito cardiaco, insensibilità di zone corporee.

La componente primaria della vergogna ha una funzione importante per la sopravvivenza del neonato: gli permette di regolare i propri comportamenti in modo adattivo, lo spinge a proteggersi, ad evitare eventi o stimoli eccessivi o pericolosi, anche solo distogliendo lo sguardo o cambiando la postura del proprio corpo, e ad iniziare un lento processo di differenziazione tra se stesso e il mondo circostante.

La componente secondaria si forma nel tempo attraverso particolari scambi tra il bambino e il suo ambiente (genitori, figure di riferimento primarie, insegnanti, amici, ecc.). In queste interazioni specifiche i suoi bisogni ed emozioni primari e spontanei non incontrano la gratificazione e l’approvazione da parte del proprio ambiente, di conseguenza egli introietta (ovvero si crea la convinzione inconfutabile) che c’è qualcosa che non va in lui, che ciò che sente o di cui ha bisogno è sbagliato. Un bambino ha bisogno di credere e sapere che l’ambiente che lo circonda è buono e adeguato per la propria sopravvivenza, sarebbe per lui insostenibile l’angoscia generata dalla consapevolezza del contrario. Può più facilmente controllare, o almeno ha questa impressione, qualcosa che non va in lui piuttosto che nelle sue figure di riferimento principali, da cui dipende per la propria sopravvivenza fisica e psichica. E così, nella costruzione della sua identità e nelle convinzioni di base che poi lo guideranno nel mondo, comincia a formarsi un nucleo di inadeguatezza: “c’è qualcosa di sbagliato in me, io sono sbagliato”, che attribuisce un valore negativo ai propri bisogni o emozioni spontanei, profondi e autentici, e gli permette di conservare la convinzione rassicurante di un mondo buono e soddisfacente.

Questo nucleo cresce nel tempo, nutrendosi di interpretazioni ad esso coerenti che l’individuo dà alle sue successive esperienze di interazione. Si sviluppa così una sorta di repulsione e disgusto interiore verso parti profonde di sé: non è più l’ambiente che respinge, rifiuta o considera sbagliate parti di me che hanno diritto o dignità di esistere, ma sono io stesso a considerarle tali, a negarle, a boicottarle provando l’emozione della vergogna, che mi allontana dalla possibilità di soddisfare quei bisogni o provare quelle emozioni, bloccandoli. Il mio comportamento si irrigidisce, riducendo quella flessibilità naturale e fisiologica che appartiene all’essere umano nel suo contatto e reciproco adattamento con il proprio ambiente nelle diverse situazioni di vita .

Questo processo, lento ed interiore, porta ad un progressivo isolamento e all’alienazione di parti di se stessi , profonde e autentiche e, quindi, a lungo andare, ad un certo livello di insoddisfazione personale, le cui origini o motivazioni tendono a sfuggire alla consapevolezza.

Più il mio ambiente e le interazioni con esso sono stati frustranti relativamente ai miei bisogni e alle mie emozioni primari e lo sono stati precocemente e continuativamente nel tempo, più avrò provato vergogna e con una certa intensità, mi sarò adattato alle richieste esterne e mi sarò allontanato dal mio bambino spontaneo, dalla parte profonda e autentica di me, avrò molti bisogni insoddisfatti ed emozioni bloccate, avrò una cognizione negativa di me e mi boicotterò inconsapevolmente nel raggiungimento della soddisfazione e realizzazione personale.

Provare vergogna, come già detto e come ognuno di noi avrà constatato, è un’esperienza dolorosa, spiacevole, frustrante, che presenta differenze nella sua intensità a seconda delle situazioni e delle persone, può arrivare a generare vera e propria angoscia, ad essere destrutturante per il proprio “io”.

Per questo il nostro organismo attiva spontaneamente meccanismi di difesa per impedirci di sentirla, per evitarla, soprattutto se frequente ed intensa.

Questi meccanismi possono diventare essi stessi elementi disfunzionali per il nostro benessere, generare malessere e allontanarci dalla consapevolezza di ciò che proviamo e di come mai lo proviamo, e quindi dalla possibilità di comprendere noi stessi e cambiare per crescere e stare bene.

Alcuni di questi meccanismi di difesa sono, ad esempio, la negazione e la rimozione dell’esperienza stessa, l’esperienza e la manifestazione in eccesso di altre emozioni per coprire quella autentica di vergogna (come la rabbia, che può anche sfociare in comportamenti violenti, la tristezza e la sensazione di impotenza), il disprezzo per gli altri, l’ipercriticismo, l’atteggiamento dominatore, il perfezionismo, la razionalizzazione, l’auto-giustificazione, i comportamenti di dipendenza per distrarsi o sedare le sensazioni spiacevoli connesse alla vergogna (ad es. dipendenza affettiva, da alcol, droghe, ecc.) , i sentimenti di colpa (mi sento in colpa perché non riesco a fare o a essere come dovrei), l’ansia, i comportamenti di isolamento e ritiro sociale, la paranoia, gli atteggiamenti narcisisti, ecc.

Molti di questi meccanismi concorrono alla diagnosi di vari disturbi psichici e mentali, appare dunque evidente come alla base di questi ultimi possano esserci intense esperienze di vergogna ripetute nel tempo e non riconosciute, che non fanno altro che segnalare un malfunzionamento nel processo di adattamento tra l’individuo e il suo ambiente.

Diventa, quindi, di fondamentale importanza per la cura della psiche, e per la psicoterapia in particolare, portare il focus dell’intervento sulla individuazione e il riconoscimento dell’emozione della vergogna.

L’esperienza della vergogna, infatti, se riconosciuta e opportunamente sostenuta, può rappresentare una grande opportunità per conoscere se stessi, il proprio ambiente e creare un equilibrio sano di reciproco adattamento nel tempo e secondo le situazioni:

  • costituisce un segnale forte e profondo del confine di contatto tra sé e il mondo, delle diversità presenti tra sé e l’altro e una occasione di confronto e di crescita;
  •  informa riguardo ai limiti che l’ambiente pone alla soddisfazione dei propri bisogni e all’espressione di sé;
  •  aiuta ad essere consapevoli del continuo processo di automanipolazione (cambiare se stessi) e di eteromanipolazione (cambiare il  proprio ambiente) che ognuno fa ed è necessario che faccia per vivere in equilibrio tra il  “dentro” (di sé)  e il “fuori”(da sé);

Un percorso di psicoterapia può aiutare a riprendere consapevolezza dell’emozione della vergogna, favorire il contatto con la sua esperienza e dare il sostegno e l’appoggio necessari perché sia vissuta con meno angoscia, come parte della propria sfera emotiva e le sia restituita la sua funzionalità sana all’interno della psiche. Esso permette di maturare o recuperare risorse cognitive ed emotive adeguate a sostenere l’ansia inevitabile derivante dalla consapevolezza che l’ambiente non sempre è il migliore possibile per sé e di acquisire la consapevolezza e la sicurezza necessarie a modificare il proprio contesto o a cercarne altri più soddisfacenti, sostenendo così il diritto ad esistere dei propri bisogni ed emozioni primari.

Accedere all’esperienza della vergogna, in un setting terapeutico sicuro e protetto, permette all’individuo di contattare nuovamente i suoi bisogni e le sue emozioni più profonde da cui si è nel tempo allontanato, di sbloccarli e riconnetterli con l’esterno, ripristinando così il naturale e dinamico flusso di contatto tra sé e il mondo.

I suoi comportamenti diventeranno, col tempo, più flessibili e adattabili alle diverse situazioni, la sua mente più libera da schemi ripetitivi, legati al passato e inadatti al presente, la sua capacità di provare emozioni riprenderà l’ampia coloritura (la possibilità di provare tante emozioni diverse e appropriate agli stimoli che le hanno suscitate) che le appartiene geneticamente.

Personalmente, come psicoterapeuta, nel trattamento della vergogna utilizzo tecniche espressive, e in particolare quella del “continuum di consapevolezza”, che favoriscono lo svolgersi di questo processo integrando i tre livelli di profondità dell’ “essere” umano: cognitivo, corporeo, emotivo.

Al di là dell’utilizzo di tecniche specifiche, comunque, svolge un ruolo centrale il mio modo di “essere in relazione”,  come terapeuta e come essere umano, con chi si rivolge a me.

L’esempio che posso dare nell’essere in contatto autentico con me stessa, le mie emozioni e i miei bisogni, oltre che con quelli del paziente (colui che “patisce” un qualche cosa), nella mia capacità di dare loro dignità, di comunicarli e di metterli in relazione con i suoi, è fondamentale per aiutarlo a fare lo stesso e ad autorizzarsi a farlo. Inoltre, mantenendo il più possibile un atteggiamento di accoglimento dell’altro senza giudizio e sostenendo le sue parti nascoste, bloccate dalla vergogna, che piano piano cominciano ad emergere, posso favorirne l’espressione e permettergli di contattarle e diventarne consapevole, innescando un naturale processo di riequilibrio e cambiamento, dentro e fuori di sé, verso una maggiore realizzazione e il proprio benessere.

Concludo con una frase di Fritz Perls, il fondatore della Psicoterapia della Gestalt, che, seppur nella sua radicalità che spesso lo ha contraddistinto, ben esprime l’irrinunciabilità da parte dell’individuo della propria autenticità:

“Io sono io. Tu sei tu. Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative. Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa. Se ci incontreremo sarà bellissimo; altrimenti non ci sarà stato niente da fare”.

Bibliografia

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Lee R. G., Wheeler G. (1996), The Voice of Shame: Silence and Connection in Psychotherapy, Jossey-Bass, San Francisco.

Lewis M. (1992), Il Sé a nudo, alle origini della vergogna, Giunti, Firenze, 1995.

Poletto A. (2008), Dentro la vergogna: esperienza di un viaggio, Tesi di specializzazione in Psicoterapia della Gestalt, Milano.


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